Comunicare la scienza: le voci di Nicole Ticchi e Virginia Marchionni


Donne e comunicazione della scienza

Oggi parliamo di ‘donne e materie STEM’, ma in che modo? Da una prospettiva che forse non si affronta tanto spesso: la comunicazione della scienza da parte delle donne. Non lo farò in prima persona, perché la scienza non è mai stato il mio campo: chi mi conosce sa che non conviene mai, ma proprio mai, farmi contare.

Ho interpellato due professioniste che, invece, di comunicazione scientifica ne sanno parecchio e ringrazio entrambe per questo bellissimo confronto. Un consiglio? Mettetevi comod*, perché non è un’intervista che si può leggere alla veloce mentre aspettate il pullman.




Nicole Ticchi è una chimica farmaceutica, da sempre appassionata di divulgazione scientifica. Per anni ha fatto ricerca industriale all'Università di Bologna. Come libera professionista oggi cura la comunicazione scientifica di associazioni ed enti di ricerca. Nel 2017 ha fondato il progetto “She is a scientist”, con cui vuole valorizzare l'apporto delle donne alla scienza.



Virginia Marchionni è laureata in chimica e ha conseguito il Master “La Scienza nella pratica giornalistica", presso La Sapienza di Roma. È fondatrice del progetto “Scienza alle femmine”, in cui parla di scienza, comunicazione, stereotipi di genere e racconta storie di scienziate.

 


A che punto è oggi l’accesso delle donne alle discipline STEM e, in particolare, alla comunicazione della scienza?


[Nicole]
Possiamo osservare situazioni molto diverse a seconda delle zone del mondo che consideriamo, ma l’elemento in comune è che, se l’accesso è garantito di diritto a tutte e tutti, ci sono ancora campi STEM in cui la reale affluenza femminile è ridotta, soprattutto a causa di stereotipi di genere che vedono più difficilmente associata la tecnologia e l’ingegneria alle donne. Un report di Assolombarda del 2020 riporta una fotografia italiana in cui, dopo il record fatto registrare nell’anno accademico 2017/2018, la crescita della percentuale di ragazze iscritte ai corsi STEM sul totale delle donne iscritte all’università si è arrestata ed il valore è rimasto sostanzialmente invariato nel 2018/2019 (18,3%).

Ovviamente non tutti i corsi di Laurea STEM sono uguali. La presenza di ragazze STEM oscilla infatti dall’82% nel gruppo Letterario, filosofico, artistico e storico (comprendente i corsi di laurea in Conservazione dei beni culturali – classificati come STEM) al 20% del gruppo di Ingegneria elettronica e dell’informazione. Tuttavia, sebbene il risultato dei gruppi delle Ingegnerie sia tra i peggiori in tema di Gender Gap, il trend è positivo. Le ragazze iscritte ai gruppi di Ingegneria industriale, ingegneria elettronica e dell’informazione e gli altri corsi in ingegneria (ad esempio biomedica e gestionale) sono aumentate ad una velocità maggiore rispetto che a quella dei ragazzi, passando dal 20,9% del 2009/2019 al 24,1% del 2018/2019. Quindi qualcosa sta cambiando, a livello di istruzione. Diversa è la situazione nelle fasi successive, ovvero dopo la laurea: qui notiamo una progressiva perdita di queste competenze, sia a livello accademico che nel privato, il cosidetto fenomeno della leaky pipeline, o “tubo che perde”. E qui i fattori in gioco sono tanti, ma gli stereotipi rappresentano il fattore principale.



[Virginia] L’accesso delle donne alle discipline STEM è ancora difficoltoso. Certo, non come in passato, in cui le donne non potevano nemmeno iscriversi all’università, ma sicuramente persistono dei fenomeni, per lo più invisibili, che pongono un muro tra le ragazze e la scienza. La maggior parte degli iscritti a facoltà scientifiche sono ancora uomini, e la presenza femminile scende vorticosamente con il proseguire della carriera accademica, fino ad arrivare ai professori universitari di ruolo di cui nel 2017 solo il 19% erano donne (secondo il Miur).

Il discorso da fare per la comunicazione della scienza è invece diverso, perché non viene socialmente percepita come una disciplina STEM. Un interessante paper pubblicato sul Journal of science communication (JCOM) descrive addirittura un fenomeno definito come “femminilizzazione” della comunicazione della scienza. Quest’ultimo è, infatti, uno di quei settori prima in prevalenza maschile e ora abitato maggiormente dalle donne. Le donne, di solito, lavorano principalmente in settori considerati subordinati e non prestigiosi. E la verità è che la comunicazione della scienza è un ambito che non è 100% scientifico: è interdisciplinare, e si colloca a metà tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche. Per questo motivo, è considerata inferiore rispetto alle “scienze dure”, da sempre e ancora oggi a prevalenza maschile. Quindi, purtroppo, dalla forte presenza femminile tra coloro che comunicano la scienza intuiamo quale sia la percezione della società di questo mestiere, tra l’altro anche poco retribuito. Spesso ho avuto l’impressione che le comunicatrici della scienza (che di solito hanno formazioni scientifiche) siano considerate un po’ delle “scienziate che non ce l’hanno fatta.

Quali sono gli stereotipi più ricorrenti nel tuo ambito? In quali situazioni si rischia di più di divulgarli, anche senza volerlo?

[Nicole] Gli stereotipi fanno parte della nostra cultura: evolvono, cambiano, ma non si eliminano, purtroppo, perché rappresentano uno dei meccanismi che la nostra mente usa per elaborare e organizzare le numerose informazioni che provengono dall’esterno ogni giorno. Esistono stereotipi riguardo ad ogni cosa e ad ogni tipo di persona, con effetti più o meno gravi. Nella scienza questo fenomeno incide in maniera consistente, perché spesso rappresenta uno sbarramento di tipo formativo e occupazionale che drena risorse utili in termini di conoscenze, competenze e punti di vista. Molti di queste credenze, tra l’altro, sono implicite, quindi ancora più difficili da debellare.

In ambito STEM, ad esempio, la convinzione che le donne non siano portate per la matematica e la tecnologia è molto ben radicato, al punto che nemmeno gli studi scientifici che includono la risonanza magnetica sono riusciti a scalfirla totalmente. Questo comporta un circolo vizioso, dove la performance delle donne viene messa alla prova non solo dalle difficoltà soggettive, ma anche dal clima di sfiducia e bassa aspettativa che le investe. Qui interviene anche la narrazione della scienza che viene proposta in generale: o sei “un” genio, o sei portato o non hai speranze.

Un altro stereotipo, addirittura doppio, che investe le ragazze riguarda l’immagine. Le scienziate prese a modello vengono descritte come donne che avevano occhi solo per la scienza e normalmente si propone, soprattutto in ambito tecnologico, un’immagine di donna “nerd”, poco attraente e poco attenta all’aspetto fisico. Ne deriva che, come donna, sei implicitamente chiamata a fare una scelta, che agli uomini non viene invece prospettata: o sei bella o sei intelligente. Se sei bella nessuno si aspetta che tu possa essere una scienziata e, arrivando al doppio stereotipo, anche rinunciare alla bellezza (sempre ragionando per assurdo) è problematico, perché la nostra società ha una determinata aspettativa nei confronti delle donne.

 [Virginia] Direi che sono gli stessi che ricorrono in tutti gli ambiti e nella società in generale. Quando le persone che comunicano la scienza raccontano gli scienziati e le scienziate possono riservare un trattamento diverso a uomini e donne, veicolando – anche e soprattutto inconsciamente – lo stereotipo di genere che le donne siano meno portate per la scienza, che si impegnino di meno, e che comunque il loro ruolo primario sia quello di mamma, moglie e casalinga, non quello di scienziata.

Per la mia tesi di master in comunicazione della scienza ho analizzato le parole che alcuni giornalisti usavano per descrivere scienziati e scienziate vincitrici di un Nobel scientifico. Le parole “donna”, “madre”, “elegante” (e altre legate a stereotipi di genere femminili) erano molto frequenti negli articoli che avevano come protagoniste le scienziate (per dire, del termine “padre” nemmeno l’ombra), mentre parole come “lavoro” e “impegno” si trovavano quasi esclusivamente negli articoli che parlavano di Nobel vinti da scienziati uomini. Sembra una sottigliezza, ma la società assorbe quello che i media dicono, sia esplicitamente che tra le righe. Le parole sono importanti.

Come si può ovviare a questo problema e realizzare una comunicazione davvero inclusiva, rispettosa e costruttiva?

[Nicole] Identificare nuovi modelli e nuove narrazioni, per chi comunica la scienza, è necessario, ma è allo stesso tempo difficile, perché richiede consapevolezza. E se le credenze, spesso, sono implicite e agiscono inconsciamente, analizzarle ed eradicarle è ancora più difficile.

Creare nuovi modelli per le ragazze e i ragazzi vuol dire ripartire anche dalle domande che poniamo a chi si occupa di scienza per impostare una narrazione meno stereotipata e qui il giornalismo costruttivo ha un ruolo molto importante, perché è la chiave che permette di trasmettere la reale complessità delle situazioni. Raccontare gli obiettivi raggiunti dalle scienziate, ad esempio, è oggi secondario rispetto a mettere in luce il loro genere o la loro vita familiare, uno schema in cui cascano anche professionisti del settore da cui ci si aspetterebbe un approccio più esperto.

Ma, soprattutto per le ragazze, si stanno delineando modelli dove lo stereotipo imperversa ugualmente, come il fatto che “è meglio essere una scienziata, che una principessa” o “la scienza è donna e sexy”. Questa narrazione può forse avere un effetto galvanizzante sul momento, ma non fa che passare da uno stereotipo all’altro.

L’inclusione prevede di non dare connotati univoci, soprattutto a livello di genere, ma di valorizzare i contributi di chiunque operi nell’ambito della scienza.


[Virginia] Dunque, la risposta che mi viene in mente è: essere femministi. Applicare un approccio femminista alla scienza e alla comunicazione della scienza. Chiedersi il significato di ogni parola che si scrive e che si dice, e riflettere veramente sul perché si sta usando una determinata metafora, e su quale effetto farà quella frase sulla società che recepirà il messaggio. Sembra forse banale, ma non lo è. Per avere un approccio femminista bisogna studiare, fare i conti con i propri bias continuamente, ed essere gentili con gli altri esseri umani. In realtà, è molto faticoso mettersi in discussione, ma io penso sia la strategia giusta per riuscire a vedere gli stereotipi che inconsciamente veicoliamo, e capire quando sono dannosi per una categoria di persone. È un sacrificio che chi comunica (la scienza, ma non solo) dovrebbe fare per una società più paritaria, e quindi anche per una scienza più paritaria.


Secondo te quali potranno essere le prospettive future per la comunicazione della scienza al femminile?

[Nicole] Si può agire a vari livelli, perché la narrazione della scienza è estremamente stratificata, soprattutto se si parla di donne. Si dovrà fare un enorme lavoro di raising awareness, che è uno dei motivi per cui è nato il progetto SHE IS A SCIENTIST, per individuare gli stereotipi e lavorarci insieme a tutta la società. Questo lavoro è tanto più importante nei contesti di istruzione, a tutti i livelli, perché tramandare le credenze implicite può creare un danno a tutti, ma ancora più grande nei primi anni di età.

Sicuramente serve essere preparati da molti punti di vista, non solo a livello di tecniche comunicative, ma anche e soprattutto sul contesto sociologico, psicologico e pedagogico.

Per chi come noi si occupa di comunicazione della scienza e in molti casi proviene proprio da ambiti di ricerca accademica, conoscere il contesto scientifico, le credenze e le dinamiche che più spesso si possono sviluppare rappresenta un buon punto di partenza. In questo senso, agire sul contesto accademico stesso con corsi, workshop e iniziative di divulgazione può essere una strategia per portare consapevolezza fra ricercatrici e ricercatori, ma anche fra chi si trova nelle posizioni apicali. Alcuni studi hanno dimostrato che anche poche ore di seminari sul tema del gender gap in dipartimenti accademici hanno sortito effetti positivi anche sul reclutamento del personale negli anni successivi. Basta quindi piantare un piccolo seme su cose che possono sembrare scontate per raccogliere i frutti tempo dopo; non è detto che gli effetti si vedano ovunque nello stesso modo, ma tentare è doveroso.

[Virginia] Più che “al femminile” io mi auguro che la comunicazione della scienza diventi sempre più femminista. Con Scienza alle femmine, nel mio piccolo, spero di stare mettendo un sassolino in questo senso.

Hai spunti per migliorare la condizione delle donne che lavorano in ambito scientifico e soprattutto che si impegnano a comunicare la scienza?

[Nicole] A livello comunicativo, il nostro potere è quello di cambiare l’immaginario comune, quindi di dare strumenti per valorizzare la figura della scienziata e del suo ruolo nel progresso scientifico. Uno dei fattori su cui si può agire è quello della leadership, un concetto che ancora oggi è molto tagliato su un modello maschile che deve rispettare certe caratteristiche e al quale adattarsi non è facile. Di donne in posizioni apicali, nelle STEM ma non solo, ne vediamo ben poche, nonostante qualcosa stia cambiando, ma da loro ci si aspetta un determinato set di comportamenti che lasciano poco spazio alla singola personalità e la tentazione di assimilarle ad un leader maschile è sempre dietro l’angolo. Per questo serve creare una nuova modalità di agire nei suoli come questo, che vanno costruiti nel tempo e assumendo piena consapevolezza delle proprie capacità, coltivando la propria autostima e dandosi il tempo giusto per arrivare ai propri obiettivi.

Un grande lavoro dovrà poi essere fatto anche da chi si trova a livello dirigenziale, trovando nuove strategie per dare il giusto spazio alle donne, ascoltare le loro voci e riconoscerne il valore. Ma per questo serve un’evoluzione culturale, che per quanto lenta è già in atto. E noi di SHE IS A SCIENTIST siamo felici di farne parte.

[Virginia] Prima di tutto consiglierei a scienziati, scienziate, comunicatori e comunicatrici della scienza di iniziare a informarsi, e di non chiudere gli occhi davanti questo problema (spessissimo accade: la segregazione formativa viene negata o minimizzata anche dalle scienziate stesse). Diciamo che se anche solo un numero maggiore di persone nell’ambiente scientifico realizzasse che la scarsa presenza delle donne nella scienza sia dannosa sia per le donne, ma anche per la scienza stessa (che perde così una parte della visione sul mondo) sarebbe già un passo avanti verso il miglioramento. Consiglio di leggere “Inferiori. Come la scienza ha penalizzato le donne” di Angela Saini e “Invisibili” di Caroline Criado-Perez, per iniziare a rendersi conto che forse c’è una parte di verità e di scienza che di solito non consideriamo.

A parte questo, ovviamente il fenomeno è sistemico, quindi non basta un impegno da parte delle singole persone, ma c’è bisogno di policy ad hoc per tutelare non solo le donne, ma anche tutte quelle minoranze invisibili che vengono discriminate all’interno degli ambienti universitari, come le persone transgender o quelle di razza non bianca. Penso ad esempio all’estensione del congedo di maternità e di paternità, oppure all’introduzione di quello mestruale. O ancora: ci sarebbe bisogno di istituzioni sicure, dove chi è vittima di violenza di genere in università (purtroppo sistemica, quando si arriva a un certo punto della carriera accademica) possa andare a denunciare senza paura. Sicuramente queste misure aiuterebbero (aiuteranno, dai, siamo positivi) a bilanciare la situazione, un passo alla volta.

                                                                                             Federica Carla Crovella 

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